Waste Smart
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Verso un'economia circolare: Programma per un' Europa a zero rifiuti

Il 28 ottobre scorso, il Consiglio dei Ministri dell'ambiente degli Stati membri presieduto dal nostro Ministro Galletti - l'Italia è infatti presidente di turno del Consiglio dell'Unione europea - ha affrontato, tra le altre cose, la discussione della proposta di Direttiva elaborata dalla Commissione, volta a modificare sei Direttive che già disciplinano la gestione dei rifiuti, con l'obiettivo di assicurare un utilizzo razionale delle risorse naturali.

La proposta fa parte del pacchetto presentato dalla Commissione nel luglio 2014 che comprende anche una comunicazione dal titolo " Verso un'economia circolare: Programma per un' Europa a zero rifiuti ". Sono previsti entro il 2030 obiettivi di riciclaggio del 70% per i rifiuti urbani e dell'80% per i rifiuti di imballaggio, è vietato a partire dal 2025 il collocamento in discarica dei rifiuti riciclabili e si introducono obiettivi di riduzione dei rifiuti alimentari. In un sistema di economia circolare, infatti, i rifiuti si trasformano in risorse e i prodotti mantengono il loro valore economico il più a lungo possibile. I ministri, pur condividendo le linee generali della proposta, hanno mostrato più di una perplessità sulla possibilità di conseguire tali ambiziosi obiettivi, chiedendo quindi target realistici e raggiungibili e sottolineando la necessità di tener conto delle peculiarità degli Stati membri e dei loro diversi livelli di prestazione e posizioni di partenza.

Ad oggi, infatti, nell'Unione europea si producono in media circa 500 kg di rifiuti urbani pro capite all'anno e solo poco più di un terzo di tali rifiuti è correttamente riciclato. La produzione di rifiuti urbani, comunque, diminuisce costantemente, sia che si consideri l'Europa a 15, sia che si considerino anche i cosiddetti nuovi Stati membri, quelli entrati a partire dal 2004 (Europa a 28). Questi ultimi, anzi, sono caratterizzati in media da una produzione annua di rifiuti pro capite ben al di sotto dei 400 kg, probabilmente a causa di minori consumi legati a condizioni economiche generalmente più modeste.

L'Italia nel 2013 si attesta su una produzione pari a 487 kg/ab.

La costante e generale diminuzione di rifiuti a livello europeo non è ascrivibile esclusivamente alla crisi economica, che inevitabilmente penalizza i consumi, ma anche all'affermazione di modelli di produzione e consumo più virtuosi e in linea con le politiche comunitarie in materia, pur se in un panorama che, quanto alle modalità di gestione dei rifiuti urbani, presenta un'estrema variabilità di approccio, come si evince dalla figura seguente. C'è da evidenziare comunque che, se per molti dei nuovi Stati membri lo smaltimento in discarica rappresenta ancora la gestione privilegiata, nondimeno in alcuni si registrano notevoli incrementi tra il 2011 e il 2012 delle quantità destinate al riciclo (dal +27% dell'Ungheria al +79% della Croazia).

In attesa che la nuova Direttiva veda la luce e venga di conseguenza recepita, gli obiettivi attualmente vigenti nel nostro Paese sono definiti dalla Parte IV del D.Lgs. 152/2006 modificato dal D.Lgs. 205/2010 di attuazione della Direttiva 2008/98/CE. L'articolo 205 fissa al 65% la percentuale minima di rifiuti urbani da raccogliere in maniera differenziata (RD) come traguardo da conseguirsi al 31 dicembre 2012. Traguardo derogabile qualora, a livello di ambito territoriale, risultasse irrealizzabile dal punto di vista tecnico, ambientale ed economico, purché vengano comunque indicate le modalità per raggiungere gli obiettivi previsti dall'articolo 181. Tale articolo, completamente riscritto dal D. Lgs. 205/2010, fissa specifici target al 2020 per la preparazione al riutilizzo e per il riciclaggio di materia di specifici flussi di rifiuti, quali i rifiuti urbani (almeno 50% in termini di peso) e i rifiuti da attività di costruzione e demolizione (almeno 70%).

Infine, nel Programma Nazionale di Prevenzione dei Rifiuti , adottato con Decreto direttoriale il 7 ottobre 2013, il Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare ha indicato una serie di misure per la riduzione della produzione totale, svincolate da fattori socioeconomici. Gli obiettivi fissati sono rapportati al 2010 e prevedono per il 2020 la riduzione del 5% della produzione di rifiuti urbani per unità di PIL, la riduzione del 10% della produzione di rifiuti speciali pericolosi per unità di PIL e, infine, la riduzione del 5% della produzione di rifiuti speciali non pericolosi per unità di PIL. Entro un anno le Regioni sono tenute a integrare la loro pianificazione territoriale con le indicazioni contenute nel Programma nazionale. Le misure previste vanno dalla produzione sostenibile al Green Public Procurement per le pubbliche amministrazioni alla promozione della ricerca.

I risultati raggiunti

Le informazioni più aggiornate sulla quantità di rifiuti prodotti e sulla loro gestione a livello di Unione Europea e, soprattutto, a livello nazionale sono riportati nel Rapporto Rifiuti Urbani - Edizione 2014 presentato quest'estate dall'ISPRA.

A differenza di quanto verificato a livello europeo, per l'Italia l'andamento della produzione dei rifiuti urbani appare, in generale, correlato con il trend degli indicatori socio-economici e in particolare con quello relativo ai consumi delle famiglie, anche se altri fattori possono aver contribuito al calo registrato (487 kg/ab, ovvero 3% in meno rispetto al 2012). Tra questi: la diffusione di sistemi di raccolta domiciliare e/o di tariffazione puntuale, l'adozione di criteri più stringenti per l'assimilazione e l'attuazione di specifiche misure di prevenzione. A livello regionale si va dai 359 kg/ab della Basilicata ai 625 kg/ab dell'Emilia Romagna: c'è da dire, però, che il valore di produzione pro capite è calcolato in base al numero di residenti e non tiene conto della cosiddetta popolazione fluttuante legata, ad esempio, ai flussi turistici e al pendolarismo. Anche a causa di questi fattori, i maggiori centri urbani (sono 16 quelli con popolazione residente superiore a 200 mila abitanti) si caratterizzano, in generale, per valori di produzione di rifiuti pro capite superiori alla media nazionale e alle medie dei rispettivi contesti territoriali. Sul dato incidono anche le modalità di assimilazione, non uniformi tra regione e regione, per cui nel computo dei rifiuti urbani prodotti annualmente sono inseriti anche alcuni rifiuti derivanti da cicli produttivi.

Nel 2013 la percentuale di raccolta differenziata si attesta al 42,3% con una crescita di oltre 2 punti rispetto al 2012; dunque non risulta conseguito nemmeno l'obiettivo fissato dalla normativa per il 2008, pari al 45% e siamo ben lontani dal 65% previsto per il 2012.

A livello comunale, la RD supera il 50% nella metà dei comuni italiani e il 70% in oltre il 16% dei comuni. Si tratta per lo più di piccoli comuni: infatti, all'aumentare della popolazione si osserva, in generale, una riduzione del numero di comuni con più alti valori di raccolta differenziata.

Quanto alla verifica degli obiettivi fissati dall'articolo 181 (recepimento della Direttiva 2008/98/CE) per il riuso e il riciclo di materia, le modalità di calcolo che gli Stati membri possono adottare sono definite nella decisione 2011/753/UE. Pur variando di 2 o 3 punti a seconda di quale delle metodologie ammesse si adotti per il calcolo, la percentuale destinata alla preparazione per il riutilizzo e al riciclaggio di materia si attesta nel 2013 intorno al 40% con un aumento rispetto al 2012 inferiore a un punto percentuale. La ripartizione del quantitativo complessivo avviato a riciclaggio nel 2013 evidenzia che oltre un terzo è costituito dalla frazione organica e poco meno dalla carta. In base all'analisi della composizione merceologica media dei rifiuti urbani, si stima che la quota di rifiuto organico riciclata (compostaggio e digestione anaerobica) rappresenti, attualmente, solo il 40-45% del quantitativo prodotto di tale frazione. Al fine di garantire il conseguimento dell'obiettivo nazionale di riciclaggio previsto dalla direttiva 2008/98/CE è dunque necessario un generale incremento della raccolta differenziata ed è indispensabile una migliore intercettazione della frazione organica, la cui stabilizzazione rappresenta tra l'altro una delle principali criticità nella gestione dell'indifferenziato. Non per niente una delle priorità indicate dalla normativa europea è la riduzione progressiva dello smaltimento in discarica dei rifiuti urbani biodegradabili fino alla totale eliminazione della discarica per tale tipologia di rifiuti.

I dati sui rifiuti sono "informazioni ambientali" ai sensi del D.Lgs. 195/2005

Nel Rapporto Rifiuti 2014 dell'ISPRA si è fatto ricorso come fonti di dati, a seconda delle Regioni, alle banche dati delle ARPA, alle denunce di Comuni e Enti gestori (MUD presentati alle Camere di Commercio), agli Osservatori Regionali dei Rifiuti.

Dell'enorme mole di dati utilizzati e riportati nel Rapporto solo una piccola parte è accessibile in formato aperto sul sito dell'ISPRA: si tratta di dati a livello regionale aggiornati al 2012. L' ISTAT consente l'esportazione dei dati relativi ai rifiuti raccolti complessivamente e in maniera differenziata, con riferimento ai soli capoluoghi di provincia.

Sono aggiornati invece a ottobre 2014 e su scala comunale i dati di provenienza ISPRA scaricabili dal sito del Dipartimento per lo Sviluppo e la Coesione Economica e relativi agli obiettivi di servizio - tra i quali il miglioramento della qualità ambientale attraverso la gestione dei rifiuti urbani - previsti per le regioni del Mezzogiorno dal Quadro Strategico Nazionale 2007-2013.

Da evidenziare che tra i dati ISTAT e quelli ISPRA-DPS relativi alla raccolta differenziata ci sono alcune difformità: molto probabilmente questo è dovuto al fatto che l'ISPRA sin dalla prima edizione del Rapporto (1987) interviene sui dati forniti dai Comuni, applicando una metodologia di calcolo uniforme sull'intero territorio nazionale, in modo da rendere confrontabili, nel tempo e nello spazio, i dati afferenti ai diversi contesti territoriali. Ciò si rende necessario perché molte regioni, stante la mancata emanazione del decreto che avrebbe dovuto definire i criteri di calcolo della percentuale di raccolta differenziata, hanno autonomamente proceduto alla definizione di proprie metodologie che differiscono le une dalle altre.

Risultano infine inaccessibili al pubblico le informazioni contenute nella Banca dati MUD delle Camere di Commercio italiane.

Alcune Regioni, anche attraverso le corrispondenti ARPA, consentono invece l'esportazione dei dati di produzione e raccolta dei rifiuti urbani fino al livello di singolo Comune. Si tratta, per esempio, del Veneto, del Friuli - Venezia Giulia, dell'Umbria.

Non è superfluo ricordare che i dati sui rifiuti costituiscono "informazione ambientale" soggetta agli obblighi di pubblicità e trasparenza, da fornire in formato aperto e riutilizzabile da parte delle pubbliche amministrazioni, in ottemperanza a quanto previsto dal D.Lgs. 33/2013.

I rifiuti come risorsa di materia prima seconda: cosa dice l'Europa, cosa fa l'Italia

Con la decisione 1386/2013/UE, il 28 dicembre 2013 è stato pubblicato il Settimo Programma di Azione che individua specifiche misure per dare piena attuazione alla gerarchia dei rifiuti e a un uso efficace delle risorse, ribadendo che lo smaltimento in discarica deve essere limitato ai rifiuti residui e il recupero energetico destinato ai soli materiali non riciclabili, in modo da ottimizzare il riutilizzo e il riciclo dei rifiuti per ottenere materia prima seconda, tanto preziosa per i Paesi dell'Unione che in generale scarseggiano di risorse primarie.

Ancora oggi, in Italia, lo smaltimento in discarica interessa il 37% dei rifiuti urbani prodotti, mentre le operazioni di riciclo riguardano il 38,7% della produzione, di cui il 14,6% relativo alla sola frazione organica. Il 18% dei rifiuti urbani prodotti è incenerito, mentre quasi il 2% viene inviato ad impianti produttivi, quali i cementifici, per essere utilizzato come combustibile per produrre energia. L'1,3% è destinato a siti extranazionali, il resto viene utilizzato per lo più per la ricopertura delle discariche.

Spingere l'analisi all'ambito regionale può risultare spesso fuorviante poiché i rifiuti prodotti dagli impianti di trattamento meccanico biologico (TMB) vengono classificati come rifiuti speciali (codici CER del capitolo 19) e destinati, in questo modo, ad impianti localizzati fuori regione, rendendo particolarmente difficoltoso seguire il flusso dei rifiuti dalla produzione alla destinazione finale. Tale pratica, diffusa in tutto il Paese, è in aperto contrasto con il principio dell'autosufficienza per lo smaltimento dei rifiuti urbani e dei rifiuti del loro trattamento a livello di ambito territoriale ottimale, sancito dall'articolo 182-bis del D.Lgs. 152/2006.

Delle 466 discariche operative nel 2003, ne sono rimaste 180, in conseguenza del recepimento con il D.Lgs. 36/2003 dei requisiti tecnici imposti dalla normativa europea. Nonostante il divieto imposto dall'art. 7 del D.Lgs. 36/2003, però, solo il 58% del totale dei rifiuti urbani smaltiti in discarica è sottoposto a trattamento, mentre il 42% viene ancora smaltito tal quale o dopo un trattamento insufficiente. Recentissima è la condanna della Corte di Giustizia Europea per alcune discariche laziali in cui venivano smaltiti rifiuti non adeguatamente trattati.

Quanto all'incenerimento dei rifiuti urbani, in Italia sono attualmente operativi 44 impianti localizzati in gran parte nelle regioni settentrionali e, in particolare, in Lombardia e in Emilia Romagna (13 ed 8 impianti operativi). Valle d'Aosta, Liguria, Umbria, Abruzzo e Sicilia non hanno inceneritori. Tutti quelli attivi producono energia elettrica, una parte corrispondente al 42% dei rifiuti inceneriti effettua anche recupero termico.

L'orientamento dell'attuale Governo appare diretto a proseguire la strada di una gestione integrata comprensiva anche di un ricorso importante all'incenerimento. Il tanto discusso Decreto "Sblocca Italia", convertito in Legge 11 novembre 2014, n. 164 (G.U. 11 novembre 2014, n. 262), definisce all'articolo 35 gli impianti finalizzati all'incenerimento dei rifiuti come "infrastrutture e insediamenti strategici di preminente interesse nazionale", prevedendone l'ulteriore realizzazione fino a coprire il fabbisogno residuo e l'utilizzo a saturazione del carico termico, potendo essere destinati anche a rifiuti prodotti fuori regione. Lo scopo dichiarato è quello di "superare e prevenire ulteriori procedure di infrazione per mancata attuazione delle norme europee di settore, limitando il conferimento di rifiuti in discarica".

La norma in discussione è fortemente contestata da associazioni ambientaliste e per la tutela della salute, movimenti, comitati e financo Enti locali che si ispirano ai principi della strategia Rifiuti Zero, adottata in oltre 200 Comuni italiani, che prevede oltre all'attuazione di una raccolta differenziata spinta e di pratiche responsabili di consumo, riparazione e riuso, la "riprogettazione industriale" dei beni non (ancora) riciclabili, fondata su ricerca e innovazione. Il risultato è quello di rendere lo smaltimento in discarica assolutamente residuale e la realizzazione di inceneritori, di fatto, anti-economica. Gli "zero wasters" sono certi che la sfida del futuro è tutta qui.








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